Mi scrive una mamma che la perdita di un/una figlio/a è alienante: lei si sente come un’aliena fra terrestri, da quando sua figlia è morta. I terrestri sono quasi tutti fuggiti e lei è rimasta sola.

Mi sono trovata a risponderle che non ho più smesso di sentirmi aliena fra terrestri, da allora e, addirittura, mi è capitato spesso di sentirmi perfino aliena fra alieni.

Perché avere vissuto un’esperienza simile, non rende capaci d’ufficio di sapersi rapportare con i compagni di viaggio, per nulla.

Il frastuono del dolore costringe a trovare strategie di sopravvivenza: erigere barriere, sorreggersi ad impalcature, costruirsi un modo per non soccombere. Capita spesso che chi abbia trovato il suo modo, lo ritenga il modo universale.

Se io ce l’ho fatta così, allora tutti ce la possono fare così.

Nulla di più lontano da ciò che occorre davvero mentre si sta in mezzo al frastuono del dolore: in quel momento lì c’è bisogno di ascolto, ascolto puro. 

Ma l’ascolto è un’arte che non si finisce mai di imparare e che molto raramente si è in grado di riconoscere. Troppo spesso è confusa con l’ascolto di se stessi e solo se stessi, come se un suono differente facesse vacillare. Bisogna essere solidi per saper prendere il peso delle emozioni dell’altro. Non è facile, per nulla. 

Quell’ascolto lì e la solidità di stare nel dolore dell’altro non si hanno in dotazione col lutto.
Si maturano, forse.
Forse.

Questo sentirmi aliena fra alieni mi ha fatto arrabbiare, allora:

L’altro, che c’è già passato, dovrebbe sapere quanto sia soggettivo imparare a navigare in questa tempesta! Perché non capisce che non sono lui e ho bisogno di trovare il modo mio?

E sì, mi sono ribellata, allora.

Che non si dica di me che sono una madre speciale!
Che non si dica di me che ho angeli qua e là!
Che non si dica di me che sto fra cielo e terra!
Che non si affibbino a me o ai miei figli (vivi e morti) quella o questa etichetta.
Se volete sapere di me e di noi, chiedete. Se volete parlare di voi, fatelo, senza inglobare anche noi.

Non c’è nulla di sbagliato nelle narrazioni che non mi appartengono. Solo non mi appartengono. Come non mi appartengono più quelle terresti, ovvero ignare di cosa sia questo lutto e come abbia scelto di farmi mutare da esso.

Se c’è una cosa che questo lutto mi ha mostrato è la ricchezza di ogni singola esperienza.

Così nessuna etichetta dalle mie parti. Amo ascoltare le storie altrui e riconoscere ogni volta come ognuno ha in sé la forza di trovare la propria rotta in questo mare così difficile da navigare.

2 Comments

  1. Ciao Erika sono mamma di sei figli, di cui uno purtroppo nato morto. Il lutto e’ grandissimo, la vita va avanti per fortuna.
    La vita riserva prove ben piu’ dure. E’ necessario sensibilizzare, ma anche soprassedere altrimenti e’ una ferita che non rimargina mai. Il ricordo e’ per sempre, far comprendere che e’ una vita e’ essenziale, poi si slegano i lacci e si vive la vita al meglio di quello che il dolore ci ha lasciato. Buon tutto! Tatiana

    Tatiana Cazzaniga
    1. Cara Tatiana, grazie per aver lasciato il tuo commento e piacere di conoscerti.
      Sai, questa esperienza è molto soggettiva: c’è chi trova il modo di integrarla soprassedendo, come dici tu, chi invece ha bisogno di starci dentro e lasciare andare a poco a poco. C’è chi non riuscirà mai a lasciare andare del tutto. Non so se la vita riservi prove più dure: al momento questa per me è la più dura in assoluto, eppure ne ho passate alcune, non proprio leggere.
      L’intento con cui scrivo e sensibilizzo sul lutto perinatale non è per restare nel dolore perpetuo: se ho cominciato ad occuparmi di questo lutto è proprio perché avevo il desiderio di passare un’altra idea di lutto.Un lutto che termina, che non lascia solo dolore, che può essere usato come un mezzo per conoscere parti di sé. Sebbene non sia controllabile la morte, è invece nelle nostre mani cosa facciamo di essa.
      Mi fa molto piacere che tu abbia trovato la tua formula e che la tua sia la migliore vita possibile. Ti faccio i miei complimenti: so quanto sia difficile raggiungere questa meta.
      Ti abbraccio!
      E.

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