A scuola in cubi di plexiglass.
È stato approvato il Decreto Scuola e pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
In realtà non dice che da settembre le scuole riapriranno con distanziamento, plexiglass e mascherine, ma getta i presupposti affinché gli Istituti operino sulla base delle Ordinanze emanate dal Ministero.
Bisognerà vedere se lo stato d’emergenza sarà prorogato – quello attuale terminerà il 31 luglio 2020 – o se ne verrà dichiarato uno ex novo. Intanto si sono portati avanti e hanno già definito che:
 
In corrispondenza della sospensione delle attivita’ didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalita’ a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione.

La DAD incombe su tutti noi.

Come incombono su di noi le varie invenzioni partorite dalla task force e chissà chi altro.
Dissero che questa emergenza ci avrebbe reso più saggi e lungimiranti, che poteva essere un’occasione, e invece la stiamo sprecando.
Ciò che era certo, prima della quarantena, erano le strutture scolastiche fatiscenti, la cronica mancanza di risorse della scuola, sopperita sistematicamente dai genitori a suon di contributi mascherati volontari, in realtà obbligatori; l’obolo (e che obolo!) per il materiale didattico e non, come la carta igienica e il sapone per le mani; altro obolo per le attività di approfondimento (vuoi la madrelingua? Vuoi un corso intensivo di karate? Vuoi qualche lezione d’ippica? Perché si fa presto a dire che la scuola ti offre attività valorizzanti, più flebilmente si sente dire che te le devi pagare, anche in orario curricolare, se non vuoi finire a fare mandala ad oltranza); le classi pollaio, la mancanza di docenti di sostegno e mi fermo qui.

Poteva essere l’occasione per ristrutturare gli edifici, assumere insegnanti, dimezzare il numero di alunni per classe, valorizzare le lezioni all’aperto e invece il rischio è di far finire i nostri figli in cubi di plexiglass, immersi nel disinfettante, con la fobia dei virus, mentre i soffitti crollano, le finestre non si aprono o non si chiudono e le mense servono spazzatura in vaschetta.

L’unica cosa che davvero abbiamo acquisito è che le mani vadano lavate.
Eh… Bisognerà decidere cosa fare…
Accade che in Belgio stiano riaprendo senza distanziamento e mascherina: hanno recepito che i bambini sono la categoria meno a rischio, mentre più a rischio sono gli adulti, infatti a loro è consigliata (consigliata!) la mascherina quando non riescono a rispettare le distanze di sicurezza. Perché hanno chiaro che un insegnante non è un domatore: fa parte del suo mestiere stare accanto e abbracciare i suoi alunni. Molto interessante quanto espresso dalla Ministra dell’Educazione: se alcuni genitori, particolarmente preoccupati, dovessero decidere di non mandare i figli a scuola, non saranno per questo perseguiti.
Cioè: possono stare a casa i figli dei preoccupati, non si scafandrano tutti perché esistono i preoccupati.
Tant’è finirà alla solita maniera: il Belgio non è l’Italia, stiamo a vedere quanti ne moriranno e se non ne moriranno abbastanza è perché il Belgio non è l’Italia.
Accade anche che ormai diverse voci nostrane si stiano alzando per riportare alla ragione questi esperti illuminati sugli scenari catastrofisti del prossimo futuro. Oggi ho incrociato il documento a firma di alcuni medici: «Scuola, plexiglass e mascherine non necessari.» Una disamina approfondita, supportata da studi ed evidenze, eppure, dato che nel mezzo non compare alcun virologo da palcoscenico, non conta granché.

Lo scenario da panico è l’unico scenario possibile.

Quindi che si fa?
Secca abbandonare l’istruzione pubblica: è una conquista a cui non dovremmo rinunciare senza lottare con le unghie e con i denti. D’altra parte è parecchio più grave come prospettano di voler far vivere la scuola ai bambini e ai ragazzi.
Quando iscrivo mio figlio a scuola, sottoscrivo automaticamente il Patto di corresponsabilità, ossia:
Gli insegnanti e i genitori, nonostante la diversità dei ruoli e la separazione dei contesti di azione, condividono sia i destinatari del loro agire, i figli/alunni, sia le finalità dell’agire stesso, ovvero l’educazione e l’istruzione in cui scuola e famiglia operano insieme per un progetto educativo comune. 
Ecco, non posso proprio condividere il modello educativo a cui si sta mirando. Perciò…
…sperando che, alla fine, il buon senso prevarrà, studio l’opzione alternativa e con me tanti altri genitori nell’impossibilità di sottoscrivere questo patto. Finirà che le classi risulteranno naturalmente dimezzate e la scuola parentale assaggerà un picco di diffusione inaspettato.
Lasceremo totalmente per voi la paura, lo scafandro e il disinfettante.

A scuola in cubi di plexiglass

A scuola in cubi di plexiglass

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